Anche sette toscani nello scandalo “Panama Papers”

L'”Espresso” di oggi, 8 Aprile 2016, ha pubblicato l’elenco dei sette italiani: toscani per la precisione, che sono iscritti nell’elenco delle scandalo dei  “Panama Papers”. Sono tutti imprenditori in vari campi: costruzioni, arredamento ed elettronica.

In questo scandalo ci sono molti imprenditori e professionisti di tutta Italia fra cui sono coinvolti anche una parte di toscani.

Sette toscani, appunto, tra i cento italiani che sono presenti nell’elenco di questo scandalo che ha fatto il giro del mondo. Uno scandalo che ha colpito la gestione di molte aziende internazionali di società off shore. E come già riferito, sette erano dei nostri connazionali: imprenditori di grandi aziende italiane e professionisti di varie categorie. Ma nessuno è famoso e, tra l’altro, non è stato neanche ancora rintracciato nessuno.

Due degli imprenditori sono Mauro Bigi e Maurizio Jacchia di Firenze: nel campo dell’elettronica molto attivi sul mercato estero, che gestiscono la società Audiomatica. Altri tre nel campo dell’edilizia di EmpoliFranco Marabotti (dirigente d’azienda), Marcello Menichetti di Firenze (ex amministratore di un’azienda metalmeccanica) e Candido Calugi di Firenze (imprenditore). Questi tre sono anche legati fra loro per la gestione di un’azienda immobiliare. Un imprenditore di Lucca del settore arredamento: Roberto Natangelo. Un altro di Massa Carrara del campo alimentare: Lorenzo Vanelli.

Il governatore della toscana, Enrico Rossi, non è sorpreso di quanti italiani siano coinvolti in questa storia: ne sono addirittura 800. Ma, lui, si è intromesso in questa discussione anche per dire che dovrebbero fare maggiori controlli sull’evasione fiscale e non sulla loro vita privata proprio perchè l’Italia è il paese dell’evasione fiscale. Ritiene che se avessero fatto più controlli fiscali avrebbero trovato molti miliardi non denunciati così si sarebbe fatta anche giustizia sociale: piaga che sta coinvolgendo tutto il paese e che ora, sempre più, si sta conoscendo grazie ai dati di Oxfam ed Ocse sulla disuguaglianza e sulle ingiustizie.

 

 

 

 

 

 

 

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